Maurizio Lanzalaco e la musica come arte
Passioni, suggestioni e magnetismi di un artista completo. Dalle prime sperimentazioni elettroniche alle influenze del rock anni ’70. E’ in uscita un cd che sintetizza le tappe di una carriera mai troppo banale, con qualche invasione classica e postmoderna. di Adolfo Fantaccini
Incontro spesso Maurizio Lanzalaco, un uomo come tanti, ma con delle idee, animato da un’insostenibile irrequietezza (chissà se dell’essere o del divenire), un amico, una persona con la quale vale sempre scambiare le classiche “quattro chiacchiere”. Lo si può definire un musicista, o affibbiargli l’etichetta di compositore, ma forse sarebbe meglio definirlo artista. E basta. Maurizio è stato precursore di alcune radicali “mutazioni sonore” ed ha intuito, prima di altri, la vera essenza dell’arte musicale, intesa come arrangiamento, turbamento ed emozione, propria o da regalare agli altri. Maurizio era ed è un ragazzo cresciuto assieme alle suggestioni rockettare degli anni ’70, all’ombra di miti spregiudicati e geniali, belli e maledetti. Impossibili. Ha creato, assimilato, assaporato il meglio di una musica che non c’è più e adesso è pronto ad un primo personale “resoconto” che si materializza nel compimento e nella pubblicazione di un cd di prossima uscita. Nato in Piemonte, il 10 aprile di quasi 56 anni fa, nella clinica di un paesino dal nome assai strampalato per le orecchie sudiste: Premosello Chiovenda (provincia di Novara allora e Verbania oggi), Lanzalaco ha vissuto per circa cinque anni sul lago Maggiore. “Un asilo di suore – ricorda - mi fa incontrare una bella religiosa che sostiene, sicura: ‘Questo ragazzo ha delle doti artistiche’. Mio padre (un ottimo tenore dilettante) mi chiede un giorno: ‘Conosci questa canzone?’, e la canta. La conoscevo, eccome. Lui insiste con un’altra e poi un’altra ancora; io sempre a dire ‘si’. Giunto alla 29/a, si chiede se non lo stessi prendendo in giro e inventa, lì per lì, un motivetto. Il mio ‘no’ lo lascia di stucco e si rende conto, anche lui, che c’è la musica in ‘my soul’. Inizio a studiare con la suora e, qualche mese dopo, facciamo insieme un’esibizione musicale in pubblico. S’interrompe tutto per il trasloco in Sicilia, nel cuore della catena montuosa delle Madonie, in un paesino dal nome in questo caso assai strampalato per le orecchie nordiste: Petralia Sottana, in provincia di Palermo. Nel capoluogo siciliano ho vissuto discontinuamente, fino a due anni fa, per 35 anni. Ricomincio a suonare, per caso, intorno ai 12 anni e questo amore dura ancora”.
Sei considerato come uno dei pionieri della musica elettronica, e non solo in Sicilia.
“Beh, parlare di pionerismo nel 1975 può sembrare falso e ridicolo, dal momento che le prime esperienze (laboratorio M.El. di Colonia) risalgono al 1922. Tuttavia dobbiamo ricordare che, negli anni in cui le piante del Rock e del Jazz proliferavano a dismisura, sebbene quest’ultimo fosse considerato più un genere di nicchia, i musicisti che trovavano sfogo nella sperimentazione eravamo pochissimi in Italia ed io era forse l’unico da Napoli in giù. L’innamoramento nei confronti della musica elettronica avvenne, ancora una volta, quasi per caso: in un gruppo Rock (i ‘Ferro triste’), in cui suonavo con Arturo Di Vita, Giancarlo Albanese, Santino D’Angelo e Pippo Catanzaro, Quest’ultimo mi invitò a comprare un sintetizzatore. Io consideravo con sdegno quegli ‘stupidi strumenti buoni solo a creare effettacci’. Sembra la riproposizione dell’antipatico proverbio: ‘chi disprezza compra’, o ‘mai dire mai’. Un altro tastierista si avvicendò con noi, l’imdimenticato Mimmo Vigneri: aveva un ReVox e lì ci fu l’illuminazione: con il sistema ‘Sound on sound’ avrei potuto registrare varie parti tutte inventate ed eseguite da me! I sintetizzatori furono la logica conseguenza di una straordinaria rivoluzione”.
Cos’è un sintetizzatore e cos’è un sistema ‘Sound on sound’? Spiegaci meglio.
“E’ molto bizzarro sentirsi rivolgere, nel 2012, le stesse domande del 1975! Oggi la crescita tecnologica permette a chiunque di usufruire di sintetizzatori virtuali, anche assai complessi, magari senza conoscerne l’intima essenza (è la mentalità del ‘ndò cojo, cojo’, tipica di questti anni piuttosto bui). Un sintetizzatore è un apparecchio elettronico analogico composto da varie parti (oscillatori, filtri, inviluppi, modulatori a anello, generatori di rumore, amplificatori ecc.), la cui combinazione produce sonorità complesse non comuni agli altri strumenti musicali e dove l’intervento umano è determinante per la produzione stessa (http://www.synthmuseum.com, oppure http://www.ems-synthi.demon.co.uk/emsstory.html). Il sistema ‘Sound on sound’ è nei registratori stereo a nastro magnetico, un modo per trasferire dalla traccia 1 alla 2 il segnale precedentemente registrato, mentre si registra contemporaneamente, sulla stessa 2/a traccia, e viceversa, teoricamente all’infinito; in pratica, il numero è molto ridotto (10 massimo se il registratore non è stato ‘truccato’), perchè in ogni trasferimento si somma il rumore di fondo del nastro che diventa poi insostenibile. Questo sistema ha permesso la creazione, in quegli anni, di impasti sonori a volte molto belli e spesso particolarmente interessanti”.
Perchè fosti attratto dalla possibilità di sperimentare da solo: si può definire “grandeur” giovanile o c’era dell’altro?
“Credo che la risposta sia uguale per i compositori di tutti i tempi: ‘la musica è tutto ciò che non si può esprimere a parole e che tuttavia non può rimanere inespresso' (credo l’abbia scritto Hugo)”.
Probabilmente te lo avranno già chiesto: cos’è che t’ispira?
“Tante volte ho ripetuto, più o meno bene, la stessa cosa: la natura, le femmine. Io le adoro quasi equivalentemente (quasi, perchè la natura è meglio: non ti tradisce mai e fa ciò che ti promette). Naturalmente è una battuta! Da anni spiego: sono in un’isola fatta solo di pietre, non ci sono femmine: allora è meglio morire”.
E’ stato difficile, in quegli anni, diffondere “messaggio” della musica elettronica; chi ti sei trovato vicino?
“Difficile, sicuramente difficile, anche se con inaspettate sorprese. Difficile, perchè mi sono scontrato con la stretta visione del mondo di persone comuni e artisti vari. Ricordo, per esempio, un noto e bravo jazzista che mi chiedeva sgomento come potessi con quella musica, cambiare tonalità all’interno di un brano. Nella musica elettronica non esiste il concetto di tonalità! Un altro (jazzista) mi diceva con arroganza e spregio che suonavo musica per sordi. Questo per citare le punte di un modo di essere o, meglio, reagire alle destabilizzazioni. Fra le sorprese, il maestro Claudio Lo Cascio, che fu colpito dalla diversità mia e delle mie scelte. Oggi è un grande amico e una grande persona”.
Ascoltando la tua musica si pensa anche alle colonne sonore dei film: è casuale? A cosa è riconducibile questa traccia?
“No, non è affatto casuale, credo sia una delle facce della mia anima; una faccia importante. I fatti lo dimostrano, poiché ho scritto finora musiche per 45 spettacoli teatrali e 12 documentari, pur vivendo in Sicilia e non avendo santi in paradiso (non posso averli, perchè mi hanno insegnato l’esatto contrario). La palese inclinazione per l’immagine credo nasca dal fatto che i posti in cui sono nato (il Lago Maggiore) e cresciuto (le Madonie) sono paradisi di grande spazio e hanno fortemente influenzato l’esposizione dei miei suoni. Inoltre, mio padre mi ha fatto amare una delle cose più importanti della vita: il racconto e, quindi, il cinema. La natura ci racconta e invia suggestioni per i nostri sogni. I grandi spazi si addicono molto spesso al cinema e all’immagine, perchè raccontano. Le storie, come i sogni, vivono in spazi d’indefinita grandezza”.
Parliamo di questo cd che stai ultimando.
“Il mio amico musicista e produttore, Leonardo Bruno (http://www.altaquotaproduzioni.com/), mi propose di realizzare un cd che avesse una forte connotazione naturistica e, nello specifico, le nostre Madonie. Per me è stato un invito a nozze! A parte l’amicizia che ci lega da trent’anni, tutto è corroborato per me dalla stima che ho nei confronti di un uomo capace, pieno d’immaginazione e sensibilità; Leonardo sembra per certi versi una persona d’altri tempi, perchè è gentile e molto legato alla famiglia. E’ riuscito a creare, con i propri collaboratori, una coesione vera, davvero rara nel nostro ambiente. Ho scritto nelle notti d’inverno e primavera, con l’abbraccio vasto delle montagne e delle valli che, con i loro infiniti paesaggi, mi hanno riscaldato: profumi che appaiono, nelle vie del paese come d’incanto e ti costringono, beato, ad ascoltare storie che viaggiano nel tempo. Tante storie incontrate e condivise sul corso del paese, nei volti di gente che, come parenti, fanno parte della tua storia. Tutti personaggi di quel magnifico sogno che è la vita. Maschi tagliati con l’ascia, facce segnate dal tempo, dal lavoro a volte più duro, perchè segnato dal clima rigido d’inverno e infuocato d’estate. Questi maschi che, da dietro le rughe, sorridono con gli occhi azzurri o scuri sempre velati d’antico. E le ragazze: grandi o piccole, ma sempre femmine di montagna, toste e delicate, ruvide ma dolci, imponenti e carnali, belle come nei quadri di Rubens e pronte a sorriderti dietro a un mazzo di fiori. Ho scritto melodie semplici o evocative, profonde e sognanti, strati di suoni da cui fanno capolino ricordi e favole. Questo è il mio intento che sbandiero con quella gioia che è propria di chi, guardando la grandezza della natura, si sente un piccolo frammento di essa ed è felice di esserlo. Alcuni giorni fa una grandinata è stata accompagnata da 10 magnifici tuoni (le ‘percussioni del cielo’), che mi hanno emozionato. Peccato non averli potuti registrare”.
Cos’è cambiato, a tuo parere, nella musica dagli anni ‘70 a oggi?
Molto, e non in meglio: per spiegarmi userò le parole di Brian Auger, che rispose così a una mia identica domanda: ‘negli anni ‘70 ero alla Virgin, andavo a chiacchierare con il presidente e si parlava di musica. Poi, negli anni ’80, sono arrivati gli yuppies’. Alla mia stessa domanda, Ian Paice rispose quasi con le stesse parole di Auger, ma invece di yuppies usò la parola ‘avvocati’, aggiungendo: ‘non vorrei essere di questa generazione degli Mp3’. Come a dire: la mentalità del profitto ha avvelenato tutto. Oggi senti prodotti gradevoli fatti di belle voci, arrangiamenti impeccabili, trovate affascinanti, per non dire niente. Per non essere niente, perchè se la musica diventa soltanto ‘intrattenimento’ ha esaurito la propria essenza. Bisognerebbe chiedersi perchè c’è un ritorno, seppur marginale, della produzione dei dischi in vinile e dei giradischi, o degli amplificatori a valvole e dei sintetizzatori analogici (oltre alla Moog, che ripropone il mitico 3C - quello che usavano Keith Emerson, i Tangerine dream, Ennio Morricone, ecc. - c’è una ditta portoghese che offre un clone del 3C e la Buchla ha prodotto il nuovo 200e, ma potrei continuare)”.
Quale stile ritieni ti abbia influenzato?
“E’ un po’ complesso (non da capire), perchè credo dipenda dalla peculiarità del mio essere ‘segnato’, da sempre, da una poliedricità apparentemente aleatoria. Usando l’ordine di apparizione, ci provo. La musica di Fred Buscaglione è la prima che io ricordi. Avevo 12 anni circa e, nei pomeriggi d’estate, sdraiato al sole, ascoltavo radio arabe che trasmettevano musica classica. C’era una voce che mi affascinava come poche. La vita me lo avrebbe fatto incontrare: il grande Salah El Mahdi. Le sonorità di Vangelis, tastierista degli anni ‘70, degli Aphrodite’s child. Le sonorità sognanti e psichedeliche dei Vanilla Fudge e dei Pink Floyd (naturalmente parlo di Atom heart mother e dei due volumi di Ummagumma, non certo delle belle ‘canzoni’ che sono seguite). Il rock degli anni ‘70 (Black Sabbath, Yes, Led Zeppelin, Uriah Heep, Gentle Giant, King Crimson, Black Widow, Genesis) e contemporaneamente Bach, Stravinskij o Debussy; io adoro l’Impressionismo, più nella musica che nella pittura. Questi tre miracoli della natura mi hanno sicuramente lasciato tracce assai profonde. Appare, in quegli anni, quella che pare essere l’ultima invenzione: il minimalismo. Questa musica, nella forma di quello che - dei tre - considero il più affascinante, cioè Terry Riley, si presentò nella mia vita, con un’opera che mi avrebbe portato - allora non ne ero cosciente - verso la sperimentazione elettronica. Sto parlando di ‘A raimbow in curved air’, del 1968. Qualche anno dopo scoprìi anche gli altri due minimalisti come Steve Reich e Philip Glass. Quando ebbi la fortuna di vedere ‘Einstein on the beach’ di B. Wilson fui stregato dalle possibilità del minimalismo. Poi, Glass ha preso strade più facili, acquistando una maggiore popolarità. Steve Reich è un’altra cosa: grandi raffinatezze anche sonore (ricorderei, per esempio, quella sonorità ‘elettronica’ data da strumenti tradizionali in ‘Music for 18 musicians’) e il magnifico ‘Drumming’ di cui ho sempre consigliato l’attento ascolto a diversi batteristi. Come inserzioni in tutto ciò, le musiche da film di Cicognini (‘Miracolo a Milano’), Rota (per Fellini e non), Morricone, Goldsmith (il più europeo fra i compositori americani, secondo me) e cito il bellissimo tema di ‘Papillon’, la tramatura di piano di ‘Rambo’ che ha influenzato le colonne sonore fino ad oggi. A poco a poco, mi accorgo che il cinema è assai presente dentro di me, per questo spesso mi viene fatto osservare come le mie musiche abbiano un taglio cinematografico. L’indimenticato maestro Anselmi mi ha insegnato ad ascoltare diversa musica extraeuropea; in particolare quella indiana e giapponese (parlo di ‘classica’). In tutto il periodo della sperimentazione ascolto le cose piu’ varie di questo settore, da Stockhausen ai Tangerine dream. Inoltre ho una particolare attrazione per la musica classica russa, a causa della forza immaginifica propria di quella terra”.


